Oasi faunistica lago di Pantano (Progetto finale Servizio Civile 2016/2017)

Il lago di Pignola fu una preziosa fonte di integrazione alimentare per le popolazioni del luogo. A dimostrarlo troviamo delle vecchie mappe, contratti di pesca e le notizie relative all’impiego di prodotti naturali del luogo. Nel corso del tempo dal XVII al XIX secolo, storici e storiografi ci hanno tramandato diverse descrizioni paesaggistiche del quadro bucolico della zona. Cenna, G.B. Pacichelli e S. Biase Antonini incentrarono le loro ricerche sull’attività della pesca, mentre L. Giustiani analizza questa attività come una fonte di commercio e di sopravvivenza pur riconoscendo la mancanza di una rete viaria interna tale da permettere gli scambi con i paesi limitrofi. La questione relativa al godimento dei diritti sul lago di Pignola, provocò una serie di contese amministrative tra Opere Pie, Comune di Pignola, cittadini ed ex baroni. Nel 1800 G. Murat, emana delle leggi sulla ripartizione dei beni demaniali per cui viene inviato un incaricato di nome Pasquale Sarno per sciogliere le vicissitudini legate alla proprietà del lago di Pignola, al suo utilizzo e ai primi propositi di bonifica. Il lago era tenuto in modo inappropriato dal Comune di Pignola e dall’ex barone, ovvero dalla massa dei creditori “Banco Ave Gratia Plena” di Napoli. Tra queste due figure c’era anche un’accesa discordia per la proprietà del lago stesso dove ognuno di loro rivendicava i propri diritti di pesca. L’incaricato poneva vari interrogativi relativi al disseccamento del lago ed ai relativi vantaggi di sfruttare quel terreno a livello agrario, ma vi era il problema legato al costo della bonifica in quanto non vi era riconosciuta un’effettiva figura proprietaria del bene. Il primo atto di concessione di fitto del diritto della pesca del lago risale al 1811 ed era di durata triennale. Il pescato poi veniva venduto nella piazza pubblica del paese. In quello stesso anno il sindaco, Vignola Rocco Donato Bruno, poneva la questione dell’esalazioni insalubri emanate dal lago che potessero contaminare i territori vicini ed il comune stesso in quanto si verificò un’epidemia che portò alla morte di 500 individui. Era intenzione del sindaco una bonifica integrale del lago che scongiurasse allo stesso tempo la minaccia di eventi pestiferi e malarici ed inoltre trarre dai terreni bonificati, destinati a fini agricoli e produttivi, nuove entrate attraverso il fitto di questi ultimi. Questi provvedimenti non vennero poi messi in pratica a causa della mancanza di fondi e delle dispute sulla proprietà del lago. Fino a quando, nel 1834, il barone Lombardi acquistò dall’ex “Banco Ave Gratia Plena” di Napoli, tutti i loro possedimenti e le entrate tra cui il lago della terra di Pignola. In seguito all’accordo firmato da Lombardi e il comune di Pignola, vennero assegnati a Lombardi il diritto di pescagione, mentre al comune lo sfruttamento delle risorse circostanti al lago. L’unità d’Italia comportò l’automatico passaggio dei beni demaniali dai vecchi stati al nuovo Regno. Agli inizi del 900, il lago, era meta di passaggio del percorso di transumanza; durante la festività della Madonna degli angeli, questo diveniva fonte di occasioni economiche e scambi commerciali per i pastori. Durante il ventennio fascista iniziò il processo di bonifica, infatti vennero costruiti alcuni fossi drenanti che convogliavano le acque piovane e sorgive nel lago per poi scaricarle in un affluente del fiume Basento. Gran parte dei terreni limitrofi vennero coltivati e venduti ai contadini; altri invece furono acquistati da nuovi proprietari. Ormai il lago viene visto non solo in termini di utilizzo, ma anche sotto un punto di vista naturalistico. Una prima descrizione della flora e della fauna infatti risale al 1934 ed è ad opera di Orazio Gavioli che stimò la presenza di circa 349 specie di vegetazione divise in 4 importanti famiglie: arbustiva e arborea; lacustre; palustre e prativa. Meritano un occhio di riguardo le specie vegetali protette presenti in questa area: le orchidee spontanee (80 specie diverse); troviamo inoltre una specie a rischio di estinzione come l’aldrovanda (Aldrovanda vesciculosa) e il giaggiolo acquatico. Alcune delle varie specie presenti sono: salice bianco; pioppo nero; canna palustre; giunco; tifa; lingua d’acqua. Molto ricca è la fauna, dove troviamo: uccelli; anfibi; rettili; insetti; pesci e mammiferi. Nel 1970 il Consorzio del nucleo Industriale di Potenza progettò la realizzazione di una struttura utile all’approvvigionamento e all’utilizza delle acque per i fabbisogni industriali delle fabbriche del piano di Tito. A questo progetto si opposero le associazioni ambientaliste, sindacali e culturali che vedevano in questo piano di lavoro una possibile fonte di degrado e alterazione dell’oasi faunistica. Il Consorzio affidò la gestione naturalistica dell’Oasi al WWF. Successivamente ha provveduto a realizzare una serie di opere ovvero la realizzazione di due zone umide, un centro visita, diversi camminamenti e capanni per l’osservazione di specie volatili (birdwatching), un’area di sosta e pic-nic con parcheggio per gli autoveicoli e lungo il perimetro esterno una pista ciclabile. Per quanto riguarda la Riserva Regionale OASI WWF Lago Pantano di Pignola, l’anno di nascita risale al 1984. La sua funzione è quella di tutelare quest’area di notevole interesse pubblico e naturalistico.

L’area del lago si è trasformata in base ai vari cambiamenti ambientali che si sono susseguiti nel corso del tempo; inserito inoltre nel circuito dei parchi, delle riserve ed aree protette regionali che fanno parte della vasta area Sellata- Volturino. Grazie alla presenza e ai servizi offerti dalle attività che troviamo nelle vicinanze del lago, è possibile godersi il paesaggio percorrendo il suo perimetro, attraverso una pista ciclabile, usufruendo di mezzi messi a disposizione proprio da queste. In seguito, per collegare il paese alla zona del lago, è stata strutturata un nuova pista ciclabile che un tempo era il vecchio tratto ferroviario. Nulla è più piacevole e rilassante di una bella passeggiata lungo il lago Pantano con il paese a fargli da sfondo e le bellissime montagne a fargli da cornice.

 

Filomena Spagnuolo & Francesca Santarsiero

Bryand e Carbnier

Giocabili a squadre.

Materiali occorrenti. Nessuno

Spiegazione: praticamente è una specie di acchiapperello (pres o libbr) ma, la regola strana, è che formate le squadre, bryand, la fuggiasca, e carbnier, l’inseguitrice, il gioco s’intende concluso non appena è catturato un solo bryand. Che significato ha questa regola è difficile dirlo potrebbe voler dire che il prigioniero consente in seguito la cattura degli altri.

Mazz a ndrit

Gioco per due o più persone.

Materiale occorrente: una mazza di circa un metro ed una di circa 20cm. Sulla mazza più piccola, “ndrit”, venivano appuntite le estremità. Un lanciatore ed un battitore per volta.

Spiegazione: praticata una buca nel terreno si poggia l’estremità della mazza, mentre l’altra è tenuta impugnata dal battitore. Il battitore lancia in aria “la ndrit” che colpisce prima che tocchi terra. Il lanciatore recupera la ndrit e la lancia in prossimità della buca. Se la detta non cade ad almeno un metro dalla buca, il battitore ha la possibilità di allontanarla con due tiri dati in questo modo: battendo sulla punta della ndrit la stessa, si alza in volo e, prima che tocchi terra il battitore può colpirla allontanandola. Se, e quando, la ndrit cade a meno di un metro dalla buca il gioco si inverte.

La Staccia

Gioco per due o più persone, giocabile anche a squadre.Materiale occorrente: una pietra piatta (tipo vecchi mattoni da pavimento) per ogni concorrente, una pietra più piccola ma dello stesso tipo, (merch), marchio.

Spiegazione.si pratica una fossetta nel terreno e la stessa viene nascosta dietro il merch. Dopo che la conta ha deciso l’ordine di gioco si procede così: si tira a turno cercando di abbattere il merch e di piazzare la propria staccia tra la fossa e il merch stesso. Vince chi si piazza più vicino alla fossa. Spesso la posta era data da un giro a cavallo del perdente.

La Staccia a muri

Gioco per due o più persone, non praticabile a squadre. Materiale occorrente: una staccia e un merch a persona.

Spiegazione: si mettono sulla stessa fila i “merch”(marchio di riconoscimento)e, da una distanza stabilita, si lancia a turno la “staccia” con l’intento di abbattere il “merch” dell’avversario. Vince chi non ha il merch abbattuto. Nello svolgimento del gioco il concorrente escluso dall’abbattimento del suo merch può ritornare in gioco se il tuo merch è toccato anche solo per sbaglio

Strumbl

Gioco non più praticabile a causa della scomparsa degli “strumbl”, trottole.

Materiale occorrente: una trottola fatta al tornio e una funicella.Spiegazione. Si arrotolava nua funicella sulle scanalature della trottola e la si lanciava in concorrenza con un’altra. La trottola che smetteva di girare era considerata perdente.

Tozzamur

Gioco per due o più persone, praticato con bottoni, anticamente, poi con tappi di bottiglia (turturell), infine con i soldi.Materiale occorrente: bottoni, turturell oppure soldi, un muro ben liscio.

Spiegazione:  Stabilita l’altezza globale del muro, di solito a non meno di un metro d’altezza, i giocatori, armati di bottoni o altro, sbattevano gli stessi, uno alla volta contro il muro, facendo in modo da far ricadere gli stessi vicino a quelli degli avversari di almeno un palmo. Tutti i bottoni ricadenti in questa distanza sono preda del tiratore.

Vola Vol

Gioco per più persone. Materiale occorrente. Nessuno.Spiegazione. Tutti i giocatori poggiano il dito sul ginocchio di chi comanda il gioco, il quale consiste nell’indovinare le cose che vanno e no.

Es. il capogioco dice: vola vol l’aereo, i concorrenti dovevano alzare il dito, chi è preso alla sprovvista paga il pegno.

Antichi giochi di Quaresima

La Quaresima, dal latino cristiano “quadragesimam diem”, cioè il “quarantesimo giorno” prima della settimana santa e, quindi, a rigor di logica si dovrebbe indicare con questo nome solo il mercoledì delle Ceneri, segnava nel passato un periodo di penitenza, di digiuno, e soprattutto di astensione dalle carni e in senso più ampio da tutto ciò che contribuiva al godimento del corpo. Il significato precipuo era, pertanto, quello di poter meglio riflettere sulla caducità delle cose terrene, in attesa che la resurrezione di Cristo spalancasse all’animo umano le porte della vita eterna.

La sapienza popolare, oltre che la religione, accettava tutto questo e lo traduceva in atti simbolici e in pillole di saggezza che chiamiamo proverbi.

La frivolezza del Carnevale si estrinseca così con Carnualë sërundë sërundë, quann’è doppë facemmë i condë (Carnevale unto e bisunto, alla fine facciamo i conti), che non si riferisce solo ai disordini alimentari che comporta il mangiar di grasso ma ci avverte pure che chi gode in questa vita spesso è destinato a soffrire nell’altra.

A scandire questo periodo di austerità ci pensava la “pupa di Quaresima” (chiamata a seconda dei dialetti Quaremmë o Quaresëmë), un fantoccio di donna con sette gambe o sette penne ai piedi. “Pupa e penne – ricorda Raffaele Riviello in Costumanze, vita e pregiudizi del popolo potentino – indicavano quindi le sette settimane di quaresima, e secondo le tradizioni popolari avevano anche il loro nome, dicendosi: Anna, Susanna, Rebecca, Ribbanna, Sicilia, Sicilianna, e po’ si ni vene Pasqua ranna, per avere nella rima l’armonia di parentela”. Ogni settimana che passava perdeva una gamba fino a rimanerne senza.

La prima domenica di Quaresima, chiamata anche Carnevalicchio, un po’ come il Carnevale ambrosiano che si prolunga fino al sabato successivo al martedì grasso, ci si confrontava nel gioco della “pignata”, la tipica pentola di argilla usata un tempo per cuocere e rendere più saporiti i fagioli, che per l’occasione veniva riempita di leccornie e appesa al centro della stanza fra la frenesia di bambini e ragazzi, desiderosi di mettere in mostra la loro abilità e golosi del contenuto che, da lì a poco, sarebbe piovuto sulle loro teste come manna dal cielo.

A Brindisi di Montagna, il gioco della pentolaccia si faceva durante il tradizionale ballo di Quaresima che era di norma la stessa sera. “La pignata, piena di caramelle e di confetti viene appesa al centro della stanza da ballo – scrive Donato Allegretti in Tradizioni popolari in Brindisi – insieme ad altre contenenti cenere, carboni, acqua e addirittura un topolino o degli scarafaggi. A romperle, senza sapere quale sia la buona, si provavano a turno cavalieri e dame con un bastone e occhi bendati”. Assumeva quindi un tono vagamente più aristocratico, da adulti, proprio come accadeva nei salotti delle famiglie napoletane più o meno agiate. Ne fa fede quel che scriveva nell’anno di grazia 1900 Pasquale De Luca, cronista de L’Illustrazione italiana: “La sera della prima domenica di quaresima, a Napoli ‘si rompe a pignata’ contornando la caratteristica rottura di risate, di canti, di suoni e ciò che i cronisti mondani dicono ‘una brillante sauterie’… Colà per turno, a designazione della sorte, dame e cavalieri venivano man mano bendati e armati di grosso bastone, col quale, entrando nella stanza, dovevano vibrare tre colpi sulla pignata per romperla”.

La pentolaccia era un gioco prettamente italiano e diffuso un po’ ovunque nelle nostre regioni, e forse per questa sua popolarità riuscì a valicare i confini e incontrare così buona accoglienza in Spagna da dare perfino il nome di domingo de piñata alla prima domenica di Quaresima.
Quanto al significato simbolico, l’Allegretti ritiene che “la rottura della pentolaccia, approssimandosi l’equinozio di primavera, richiama i riti del capodanno; essa è il simbolo dell’anno che, morendo, offre i suoi semi per l’anno nuovo”. Ma senza dubbio si possono dare altre spiegazioni, più o meno, affini come un invito, dopo l’ultima gozzoviglia rappresentata dai dolciumi in essa contenuti, ad astenersi dai peccati gola, o come segno augurale ricollegandola a usanze così all’antica usanza presso i popoli primitivi e no di rompere bicchieri, vasi, etc.

Un gioco poco conosciuto era poi quello delle uova o, come lo chiama il Riviello, tozzo delle uova. Un gioco che sembra anticipare (ci si perdoni l’azzardo) la teoria darwiniana della selezione naturale delle specie. “Vuo’ tuzzà?” si dicono a sfida. Se si accetta – scrive il già citato Riviello -, i giuocatori si scambiano le uova per provarvi la durezza, e farsi un’idea di confronto, battendone la punta leggermente sui denti… Si mena lu tuocc’ a chi spetta tuzzà pel primo, cioè battere con la punta del proprio uovo sull’uovo dell’avversario. Colui che nel tocco ha sfavorevole la sorte, mette il suo uovo in pugno in guisa, da lasciarne vedere solo l’orlo o la punta, mentre l’avversario col suo uovo, tozzando, vi dà il colpetto. Se si rompe il suo, lo perde”.

Infine non possiamo non accennare alle battole o tabelle (a seconda i luoghi chiamate taroccëlë, troccole) che constano di una tabella di legno, munita di manico, su cui battono, agitandola, due pezzi di ferro che emettono un suono cupo. Era lo strumento che sostituiva le campane per annunciare le funzioni del giovedì e venerdì santi, ma che i ragazzini avevano trasformato in una specie di giocattolo col quale si divertivano a gironzolare per le strade facendo rumore. Di origine antichissima, l’invenzione della battola si fa risalire infatti a prima dell’invenzione delle campane, ed è sempre stata considerata dalle varie religioni, specialmente orientali, uno strumento sacro. Anche il Cristianesimo l’ebbe in uso finché, sostituita dalle campane, finì relegata nell’ambito ristretto della cultura popolare che, sempre viva e fantasiosa, l’ha chiamata con una miriade di nomi diversi e ne ha tratto delle credenze come quella che vuole che il suo suono cupo, funereo altro non sia che l’eco delle grida dei giudei o di Pilato battuti dal popolo. Ma è probabile, invece, che l’uso della battola fosse in origine legato alla pratica magica del rumore che spaventa e allonta gli spiriti malvagi che infestano l’aria nei giorni in cui si rivive il compiersi del destino del Figlio dell’Uomo.